Ideologia, Metodo, Prassi … cos’è sbagliato in economia?
October 25th, 2008
sul gruppo Facebook “Il Centro di Portici” si sta svolgendo una discussione molto interessante.
Con un ristretto gruppo di colleghi stiamo elaborando una raccolta di saggi sul nesso tra economia e felicità, in cui sono affrontate molte delle questioni che state ponendo in questa discussione.
Ha ragione Umberto a provare a distinguere le critiche (se ho capito bene) in base al “bersaglio” verso cui sono inirizzate, se, cioè, esse mirano a colpire gli assunti “morali” della teoria economica, la sua coerenza logica, o il rigore (o meno) con cui essa viene applicata.
Vi anticipo che, secondo me, c’è pane per i denti di tutti, nel senso che tutti e tre i campi sono fallaci, e che uno dei postulati delle nostre ipotesi di ricerca è che i vari “difetti” (basi ideologiche degli asssunti morali, vacuità dei modelli e errori di metodo) siano in realtà legati l’un l’altro dalla necessità di reggersi l’un l’altro, come un treppede traballante.
Noi siamo alla ricerca di un’origine comune ai vari difetti della teoria e della prassi dell’economia, origine che crediamo essere radicata in un più ampio movimento culturale che risale allo sviluppo del razionalismo che si è fondato su una mancata critica al pensiero “religioso”.
Uno dei punti chiave, che sono certo di aver espresso più volte nelle nostre lezioni e chiacchierate, è la mancata distinzione tra “bisogni” ed “esigenze”, che a sua volta nasce dal non riconoscimento della “realtà non materiale umana”.
Se effettivamente non esistesse nulla che non fosse “materiale”, la teoria utilitarista, il metodo della scelta razionale e l’uso della logica matematica sarebbero un apparato perfettamente adeguato alla rappresentazione dei comportamenti umani. E’ la presenza del “non materiale” che rende l’apparato teorico-metodologico che lo trascura, debole, insufficiente, difettoso e - come molti di noi “sentono”, magari senza riuscire a spiegarlo bene, violento.
D’altra parte, la presenza della “valvola di sfogo” della religione - che tutt’altro che superata si è andata rafforzando nei secoli dal seicento ad oggi - ha permesso alla “pseudo scienza” dell’umano basata sull’annullamento del “non materiale” di procedere, crescere ed affermarsi culturalmente.
E’ come se vivessimo immersi in una cultura basata sulla scissione tra ciò che è materiale (=umano) e ciò che è visto come spirituale (=divino), e che implicitamente veniamo spinti ad accettare che solo ciò che è materiale può essere studiato dalla scienza, mentre di tutto ciò che è spirituale, in quanto di fonte divina, non ci si deve occupare.
Ora, è fin troppo facile per chi abbia anche solo minimamente superato il pensiero religioso capire che dare un nome (dio) a ciò che non si comprende è un “trucco” che permette di spacciare la fede per conoscenza. Si costruisce una tautologia inattaccabile dal punto di vista della sua coerenza “interna”, ma che non consente di acquisire alcuna conoscenza.
“Tutto ciò che è divino non è comprensibile da mente umana, ma va accettato per fede”. “Non sono capace di comprendere le motivazioni vere degli affetti, allora gli affetti devono essere espressione del divino”…
Ma il sillogismo è fallace. Per chi ha letto la “Storia della filosofia greca” di De Crescenzo, è come quello studente che raccontava: “la locomotiva fischia”, “Socrate fischia”, quindi, “Socrate è una locomotiva”. Al che il prof gli ribadiva: “NO! avresti dovuto dire: TUTTO ciò che fischia è una locomotiva, Socrate fischia, quindi, Socrate è una locomotiva”. Al che lo studente conclude: “hai visto che è come dico io?” (Chissà perché, lo studente mi sembra Veltroni!!!)
L’errore sta nel fatto di ASSUMERE l’esistenza di dio, e di CREDERE che TUTTO ciò che non si comprende in un dato momento storico sia INCOMPRENSIBILE perché divino.
Ecco, a tutto questo un ricercatore che si possa dire tale deve dire: “NO”. Quello che non si comprende ANCORA va studiato, indagato, pensato con una mente libera dal condizionamento di un’idea di inconoscibilità. Solo così potremo sperare di continuare a progredire nella ricerca e nella conoscenza.
In economia, gli spunti da cui partire sono tanti. Qualcuno di voi ha accennato al fatto che la teoria economica spiega bene ALCUNI comportamenti, che è una buona approssimazione in CERTI altri casi.
Vi propongo: e se il problema con la teoria economica nascesse nel momento in cui i comportamenti umani diventano “sociali”? Se cioè quello che la teoria economica proprio non riesce a cogliere fosse il RAPPORTO tra esseri umani? E riportandomi a quanto detto prima, se fosse perché è proprio e solo nel rapporto interumano che diventano rilevanti gli “affetti”, cioè quello che rubando l’espressione ad altri ho chiamato “realtà non materiale”?
Un caro saluto a tutti
Carlo
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