Economia, fiducia, essere umano

La discussione che si sta svolgendo nei commenti al mio messaggio di benvenuto sembra avere già preso una direzione precisa. (se volete leggerla, cliccate su “Comments/Trackbacks” del post “L’inizio”)

Mi sembra di poter dire che la questione ruota intorno all’IDEA di ESSERE UMANO che sottostà ai modelli che l’economia moderna usa.

 

Sono già venuti fuori termini quali “fiducia” e “sociale”, che richiamano alla mente la questione del rapporto interumano, e forse è su questo che dovremmo interrogarci. 

Cos’è il rapporto interumano? E’ solo scambio o esiste anche la possibilità di condivisione? Può esso essere mediato solo dalla razionalità e dalla coscienza oppure c’è bisogno di riconoscere l’esistenza di sensibilità ed affetti che investono qualcosa che va al di là della coscienza e del pensiero logico-razionale? Esiste la possibilità di studiare il comportamento umano (fosse anche quando riferito solo alle scelte economiche) senza un riferimento a queste componenti non coscienti e irrazionali? E se il riferimento viene fatto, come si fa ad evitare di cadere nella trappola del pensiero religioso, per cui tali dimensioni affettive sarebbero espressioni dello “spirito”, e non dell’essere umano? 

Vi propongo di provare a prendere la mosse da queste domande, per esplorare la possibilità di “rifondare” una vera scienza dell’uomo, di cui l’economia potrebbe essere una branca.

 

Attendo con trepidazione i vostri commenti 

Carlo

6 Responses to “Economia, fiducia, essere umano”

  1. carlo Says:

    Ricopio qui una risposta a Aldo che è anche inserita nelle risposte a “Benvenuti” perché vorrei trasferire qui la discussione.

    Ciao Aldo,

    voglio tornare alla tautologia dell’affermazione che “sotto certe condizioni (peraltro assolutamente irrealistiche) ogni equilibrio che si ottiene su di un mercato è efficiente in senso di Pareto”.

    Innanzitutto sarai d’accordo con me che questa è una possibile enunciazione del cosiddetto Primo Teorema dell Economia del Benessere (PTEB), e che il contenuto di verità di un teorema non dovrebbe essere una questione di punti di vista (se no, uno la chiama la prima Opinione dell’Economia del Benessere, e noi non ci scomodiamo a criticare l’uso strumentale del linguaggio).

    Detto questo, tu sembri porre l’accento sul fatto che dietro il criterio di Pareto non ci sarebbero “assunti comportamentali”, mentre questi (quelli sul comportamento massimizzante) ci sarebbero alla base del cosiddetto PTEB.

    Ebbene, forse quello che noi vogliamo mettere in evidenza (e Andrea V. lo ha fatto fin dal 1998, con il suo saggio pubblicato su SdF) proprio che il concetto di efficienza di Pareto, se lo si applica agli equilibri di mercato, non è un concetto “neutrale”, ma che presuppone esattamente gli stessi assunti comportamentali che sono alla base del modello dell’homo oeconomicus, e cioè che questo soggetto si muove in assenza di ogni vero rapporto interumano, che l’unico rapporto che si ammette è quello di scambio di oggetti “materiali” da consumare (cioè distruggere) per ricavarne benessere.

    Si potrebbe astrattamente parlare di un efficienza Paretiana di altre cose, definendo cosa si intende per “migliorare” e “peggiorare”, ma quando la si applica al “mercato” per essere precisi e definire cosa si intende per “equilibrio nello scambio”, e quali sono le condizioni che determinano un “miglioramento” o un “peggioramento”, in pratica ci si trova ad enunciare il PTEB.

    Cioè il criterio di Pareto non diventa altro che una descrizione dell’equilibrio che si può raggiungere se individui interessati solo al consumo/distruzione di cose materiali sono messi in condizione di procurarsi queste cose attraverso il libero scambio. Quando le opportunità di miglioramento reciproco o di almeno uno senza peggioramento degli altri sono esaurite, gli scambi si arrestano e si è raggiunto “l’equilibrio di libero scambio”. Punto.

    Esprimere un giudizio di merito sul valore morale di una tale situazione, definendola “efficiente”, e suggerendo che sia un risultato oggettivamente auspicabile, dovrebbe richiedere l’interrogarsi sul fatto che la descrizione dei comportamenti umani che sottintende al modello sia una descrizione realistica di comportamenti umani “sani”.

    Io credo che il successo del modello di comportamento massimizzante/utilitarista/materialista derivi dal fatto che molta gente non si interroghi abbastanza su questo fatto, e molta (moltissima) altra, lo ritrova perfettamente corrispondente alla propria concezione (che io non esito a definire malata) della vita “umana” come solo legata al materiale, perché tutto ciò che non è materiale, e quindi non assoggettabile a scambio e distruzione… non è umano. Ora, siccome esistono entrambe le realtà, quella materiale (il corpo) e quella non materiale (la mente), e anche quelli più malati comunque hanno una mente che non può smettere di funzionare, produrre questa scissione (il corpo è umano, la mente è espressione divina) placa un’angoscia di conoscenza. Si smette di pensare, si sostuisce l’assenza di pensiero con la credenza e non c’è più bisogno di capire cos’è la mente.
    Purtroppo, però, ad alcuni - i più “fanatici” - non basta aver placato la propria angoscia, per essere certi di non starsi facendo le “pippe”, hanno bisogno di imporre anche ad altri la propria visione scissa (ogni riferimento al “fu” Giuliano Ferrara è puramente voluta. Speriamo davvero di non ritrovarcelo ministro…)

  2. aldo Says:

    Ciao Carlo,
    mi sembra di capire che per voi la tautologia risiede nel primo teorema del benessere in quanto il concetto di Pareto ottimalità è conseguenza delle stesse assunzione dell’equilibrio Walrasiano (correggimi se sbaglio!). Io mi riferivo, come da te percepito, proprio a questo quando erroneamente ho scritto “punti di vista differenti”. Infatti ho sempre pensato alla Pareto ottimalità come caratteristica di un allocazione, mentre all’equilibrio Walrasiano come una coppia “prezzi allocazione”. Quindi dati quei prezzi gli individui massimizzano l’utilità definendo un’allocazione, in equlibrio equivale a quella pareto efficiente. L’equilibrio walrasiano è definito massimizzando l’utilità a livello individuale, la pareto efficienza non necessariamente.
    Io vedo una certa differenza nei due concetti, ma sinceramente devo approfondire il concetto di pareto efficienza nel senso voglio vedere le basi sul quale è fondato, nel caso siano necessarie, perchè mi sembra una pura condizione.

    Riguardo alle critiche sollevate in senso morale ed etico non ci sono dubbi, sono d’accordo con quello che dici ma non sono sicuro riguardo a quanto detto sopra. Mi piace l’idea del punto di vista critico e della voglia di cambiamento in una disciplina che ormai ha perso totalmente il contatto con la realtà, anzi a mio avviso (d’accordo con la critica di Lucas) è promotrice di una realtà a propria immagine e somiglianza.
    Aldo

  3. carlo Says:

    No Aldo, a me sembra che le due cose coincidano sempre.

    L’efficienza paretiana è un ovvio. Non ha alcun valore morale, conoscitivo o politico.

    Una volta che hai definito COSA determina il benessere, e le condizioni per cui la libera azione degli individui coinvolti può portare ad un miglioramento, è ovvio che una volta che tutte le opportunità di mutuo vantaggio siano esaurite si giunga a un equilibrio, e che quest’equilibrio sia ‘pareto efficiente’.

    In realtà, mi sembra che sia un artificio retorico usato per distrarre le persone dall’interrogarsi sulle IPOTESI che sottintendono al modello di comportamento umano.

    Tu dici che l’equilibrio walrasiano si raggiunge perché gli individui massimizzano l’utilità. Ma da cosa dipende quest’utilità? Perché l’unico modo di incrementare l’utilità deve essere fatto dipendere dal sottrarre utilità a qualcun altro? Ti sei mai chiesto cosa succede al modello di massimizzazione dell’utilità se non c’è un vincolo di bilancio?

    La violenza più terribile nelle cose che ha scritto Becker sta in quel “full income constraint”, in cui anche il tempo umano viene considerato limitato e valutato in base a quanti beni materiali si possono produrre in quel tempo. Ma ti sei mai chiesto quanto tempo ci vuole ad avere un’idea? Oppure quante idee si possono avere in un’ora o in un giorno?

    Discutere di scelte umane con gli strumenti della logica basata sul trade-off è difficile, forse impossibile, ma questo non giustifica il tentativo di adeguare la realtà da studiare allo strumento di cui si dispone. Si dovrebbe fare altro…

  4. andrea v. Says:

    Caro Aldo,

    non capisco come la Pareto efficienza possa non corrispondere alla massimizzazione dell’utilità. Dati due individui sul mercato, con una loro dotazione di risorse, essi scambieranno fino a che non massimizzeranno la loro utilità. Il carattere tautologico della corrispondenza può essere colto molto semplicemente facendo riferimento al modello di Edgeworth. Siamo stati abituati a pensare che il criterio di Pareto serva a distinguere la “scienza” da ciò che non è scienza, ciò che costituisce un miglioramento economico da ciò che non lo è, ma proviamo invece un attimo a dimenticare tutte queste giustificazioni e osserviamo ciò che avviene in quel modello: abbiamo che le modifiche possibili per mezzo di scambi sono quelle conformi ai miglioramenti paretiani, le modifiche redistributive non sono conformi ai miglioramenti paretiani e in quel modello non sono ammesse, e abbiamo che l’equilibrio che i soggetti raggiungono per mezzo degli scambi può essere descritto come un ottimo di Pareto. Questo ottimo implicitamente assume che i due soggetti non possano ulteriormente migliorare la propria condizione. Quindi l’economia con Pareto e Robbins ha scelto come criterio di efficienza la descrizione della logica di comportamento degli individui che vogliono massimizzare la propria utilità per mezzo di scambi di mercato: criterio di efficienza e leggi del mercato sono perciò due modo diversi di dire la stessa cosa (vedi il passo di Wicksell sopra riportato nel blog). Non vi è alcuna differenza tra i due concetti. Per questo dire che il mercato è efficiente è come dire che qualcuno se è vivo non è morto.

    Ciao Andrea V.

  5. tonio Says:

    ciao Carlo,
    che bello questo blog, uno sfogo e anche un motivo per riflettere e approfondire. Le domande che poni nascondono pensieri prolissi e profondi e necessitano di risposte ancor piu’ ragionate, che vanno costruite con il tempo e la riflessione.
    Il tema del rapporto interumano, cosa significhi e cosa nasconda e’ affascinante, e per essere argomentato necessita’ di un’approfondita conoscenza dell’essere umano in se, come tu ben dici.
    La realizzazione della propria persona come essere umano pero’, penso, porta a rendere soggettiva, anche se condivisibile, la visione circa questa tematica.
    Per poter, quindi, arrivare ad un idea oggettiva e’ necessario scorporarsi dal proprio essere e osservare in modo distaccato per poi elaborare e individuare leggi universali che sintetizzino e generalizzino il comportamento umano e l’essere umano.
    Come tu ci insegni, l’assunzione circa il comportamento razionale “does a really god job”. Essa e’, appunto, il risultato del completo scorporasi, disumanizzarsi, per poter osservare e creare leggi sintetiche e generali.
    Questa disumanizzazione potrebbe essere il pensiero religioso di cui tu parli!
    Ma, cosa succede se si considerassino ad esempio i comportamenti di affetto ed i risultati dell’estro e della creativita’?
    La domanda e’ lecita!
    In questi casi non si puo’ piu’ parlare di comportamento razionale, quindi, non si puo’ piu’ forzare lo studio del rapporto interumano con logiche economiche, ne’ fare sforzi di sintesi per poter trovare leggi generali senza qualche piccola religione/assunzione…non funzionerebbero!
    Studi di diversa natura, ad esempio la psichiatria alla Fagioli o in alcuni casi la psicologia, possono di sicuro offrire un contributo piu’ ricco di quello dell’economia, ma di sicuro meno generale e sintetico. A svantaggio di questi studi, infatti, c’e’ una grande variabilita’ tra gli essere umani che difficilmente consente generalizzazioni e, piuttosto, si adatta a casi specifici.
    Una facile conclusione alla logica esposta e’ che l’approccio economico e’ uno strumento davvero poco potente per lo studio del rapporto interumano. Mi chiedo a volte perche’ gli economisti hanno cominciato a pretendere di poter spiegare il rapporto interumano senza averne gli strumenti? Perche’ ad esempio il “prossimo” e’ considerato un mezzo per arrivare al fine e non una persona con la quale condividere esperienze per poi ritrovarsi a quello che un economista chiamerebbe uno scopo ma e’ solo una tappa di un percorso?…

    …per carita’…non voglio condannare ne criticare Gary Becker, o tantomeno il mio stimato amico Anand Murugesan che ha studiato per primo l’economia dell’adozione di un figlio…forse non ne sono all’altezza

    Una persona “not much into it” direbbe…ma sti economisti non possono fare il loro lavoro?
    Ma qual’e’ il nostro lavoro?
    La “lista delle cose che ci spettano” e’ molto importante ed e’ un’idea che mi hai passato durante il tempo trascorso li a Portici.
    La gestione, l’efficienza, l’introduzione di nuove tecnologie, i learning process, il marketing…anche il rapporto uomo-oggetto a volte puo’ avere connotati “affettivi”-irrazionali!?!…il rivolgersi alla commessa per comprare l’accendino…boh?!!?!…se invece la commessa scatennasse emozioni che mi fanno ribollire?…
    ecco…si ricade nello specifico!…per generalizzare dovrei fare qualche assunzioncina/magiuzza…e rieccomi nel pensiero religioso!!
    che tormento…sembra non si riesca a farne a meno
    penso e ripenso, scrivo e ripenso ancora…
    …ma lo standard error della dummy commessa/non commessa, contiene le mie emozioni?
    Allora, lasciamo studiare gli standard error a gli psichiatri, di sicuro loro sapranno argomentare…ma a noi che ci rimane? Un valore medio?
    …a volte ho visto un medioman in televisione ma anche lui era falso…
    Alla fine noi economisti siamo poveri, ci ritroviamo in mano dei valori medi….di poco valore (scusa il gioco di parole) perche’ vengono fuori da assunzioni e generalizzazioni davvero poco ricche!!
    …certo siamo troppo poco umili perche’ pensiamo di poter spiegare questo mondo e quell’altro, ma dentro di noi sappiamo di essere dei grandi approssimatori!
    Di certo non ci si dovrebbe accontentare, ma per non accontentarsi bisognerebbe affidarsi alla filosofia e all’osservazione!
    L’economia ha paletti ben precisi…e anche una dignita’ limitata!
    …sforando si ricade nella filosofia…non di certo si puo’ chiamare ancora economia!!!!!!!
    Lo studio dell’essere umano e del rapporto interumano e’ fattibile in modo preciso e senza pensieri religiosi, a mio parere, solo quando si osserva il caso specifico…nel momento in cui si vuole generalizzare non si puo’ fare a meno di fare qualche assunzione…e di tormentarsi se si e’ umili abbastanza e anche un po’ filosofi!

    Il mio pensiero e’ ancora giovane e forse tra qualche tempo questo post non mi piacera’ piu’.
    Spero pero’ di trovare nel tuo blog un posto d’ispirazione per poter crescere e scambiare.
    Grazie,
    Tonio

  6. carlo Says:

    Antonio,
    innanzitutto benvenuto al blog.
    Poi mi ha incuriosito il tuo riferimento alla psichiatria alla Fagioli.
    Mi chiedevo cosa ne sai, se hai poi letto qualcosa, oppure prendi solo per buono qualche riferimento che certe volte ci è capitato di fare a lezione?

    Poi, a difesa della mia “dignità” per chi non mi conosce, io non ho mai insegnato a “disumanizzarsi”, mentre è vero che, per vedere bene le cose, bisogna prendere una distanza, separarsi, ma conservando gli affetti.
    Il pensiero razionale, invece, impone una separazione senza più affetti, un rendersi indifferente rispetto alla natura che si intende studiare. Mentre va bene quando si studiano gli oggetti inanimati, e ai limiti la natura animata non umana, questo modo di osservare diventa estremamente fallace quando si voglia “comprendere” l’essere umano.

    Ti contesto anche l’affermazione per cui, conservando i propri affetti non si sarebbe in grado di essere oggettivi e quindi per forza di cose si “personalizzerebbe” la conoscenza che quindi non potrebbe chiamarsi “scientifica”.

    No.

    E’ proprio conservando gli affetti, separandosi dal rapporto dopo che il rapporto c’è stato, e senza annullare quello che il rapporto è stato, che si può proporre una ricerca su cosa sia veramente tale rapporto.

    Il problema che io riscontro più comunemente è la difficoltà a separarsi dal rapporto (che viene trasformato in istituzione) oppure la necessità, per potersi separare, di dover annullare, distruggere, svalutarne la bellezza. E’ certo che in questo modo, l’idea di rapporto che si formerà sarà quella economica…

    Devo rivedere il mio motto: “vuoi un mondo più pulito? Scopa, e separati bene”.

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